Giovedì 17 Maggio 2012 - Aggiornato alle 8:40
Bilancio e contabilità
Alla base della “competenza”
c’è oggettività o convenzione?
c’è oggettività o convenzione?
In odore di sostituzione gli Ias 11 e 18. Dal nuovo possibile approccio lo spunto per qualche riflessione
La competenza dei componenti di reddito. Il dibattito apertosi negli ultimi mesi, acceso dallo Iasb e dal suo obiettivo di emanare un singolo standard (ricavi da contratti con clienti) in sostituzione dei principi contabili internazionali 11 (lavori su ordinazione) e 18 (ricavi), offre lo spunto per un’analisi della nozione di “competenza”, volendo definire la quale ci si accorge che l’unica cosa che si è in grado di fare è individuare - in base a una mappa offertaci, a seconda dei casi, dai principi contabili nazionali, dal Tuir, dagli Ias - quando un ricavo o un costo si imputano al conto economico.
Alla fin fine la competenza è questa. Ma a volerla definire? Il fatto stesso che in ambito internazionale – andasse in porto l’accennata revisione – alcune cose cambieranno, è emblematico di come il concetto di competenza sia tutt’altro che univoco, il cui contenuto può cambiare mutando la filosofia con cui ci si approccia alla questione.
La traduzione italiana di competenza
Insomma, il concetto di competenza è buttato lì, quasi fosse una lettera dell’alfabeto dell’economia aziendale. Una conoscenza potremmo definire “istintiva”. E il principio contabile interpretativo, l’Oic 11, non sposta tanto: “L’effetto delle operazioni e degli altri eventi deve essere rilevato contabilmente ed attribuito all'esercizio al quale tali operazioni ed eventi si riferiscono e non a quello in cui si concretizzano i relativi movimenti di numerario (incassi e pagamenti)”. Poi, proprio come il Tuir, ci dà la competenza pratica di ricavi e costi, affermando che i primi, come regola generale, devono essere riconosciuti quando il processo produttivo dei beni o dei servizi è stato completato e si è verificato il passaggio sostanziale e non formale del titolo di proprietà, mentre i costi seguono i componenti positivi per correlazione.
A pensarci bene, l’individuazione del momento in cui un provento si considera conseguito e un onere sostenuto presuppone un accordo trovato a monte. Una convenzione su cui si è trovata una convergenza. La questione può sembrare oziosa, inutile. Eppure, a livello europeo, sta facendo scontrare diverse scuole di pensiero. Ma ci arriveremo fra un po’. Restiamo ancora nel “Belpaese”.
La competenza come la conosciamo – o meglio, la sua applicazione pratica – è figlia di una discussione di non secondo piano, che ha impegnato illustri padri della ragioneria del ’900. Approfondendo le teorie di Zappa, piuttosto che di Amodeo (solo per citarne due), ci si rende conto che poi tanto istintivo il concetto di competenza non è. Un concetto strettamente dipendente dalla visione che si ha della gestione aziendale.
Zappa poneva al centro del suo impianto teorico l’assunto per cui la gestione aziendale è un insieme di cicli economici, cioè tanti ideali cerchi di costi e ricavi che si chiudono (dall’acquisto della merce, o della materia prima poi lavorata, fino alla sua vendita). Per cui, proventi e oneri sono da considerarsi di competenza solo a ciclo concluso. E’ la teoria della correlazione e rappresenta, in sostanza, la visione di competenza che tutt’oggi va per la maggiore.
Tuttavia, un diverso approccio può condurre a risultati differenti. Per Amodeo, ad esempio, la gestione aziendale non può essere divisa in esercizi. In una prospettiva di salvaguardia della stessa, nei redditi rilevati nelle porzioni di tempo (appunto, gli esercizi) in cui si suddivide la vita dell’azienda devono confluire (perché di competenza) proventi e oneri “coerenti” con le prospettive future.
Seguire l’una o l’altra strada può condurre a risultati differenti. Differenze che emergono principalmente nella partecipazione ai redditi dei beni strumentali, le cui quote di ammortamento nel primo caso andrebbero quantificate in base, ad esempio per un impianto, ai prodotti, poi venduti, alla cui fabbricazione ha contribuito; nel secondo, per “perequare” i redditi nel tempo (e, quindi, quote più alte o più basse a seconda delle prospettive di reddito future).
Certo, l’approccio di Amodeo si dimostra, oltre che difficilmente praticabile, meno convincente. Ma lo scopo non è questo. L’obiettivo non è il confronto fra dottrine e scuole di pensiero, bensì il chiarire cosa si intendesse dire quando è stato fatto cenno a un accordo trovato a monte come presupposto per l’individuazione della competenza. L’accordo a monte è proprio quel significato teorico che si cerca e da cui discende l’applicazione pratica.
Un accordo a monte che fra Iasb ed Efrag si sta dimostrando non privo di ostacoli e che non può prescindere dalla risposta trovata a un’altra domanda: a cosa serve il bilancio d’esercizio? Perché quando lasciamo l’Italia, lo sguardo viene rivolto non alla gestione aziendale, bensì alla capacità del “pacchetto di bilancio” di indirizzare le scelte dei terzi che con l’azienda vengono in contatto.
Movimenti europei sulla competenza
La lotta, detto in termini ancora più semplici, è fra chi crede che gli elementi di reddito debbano essere imputati al conto economico “quando” la prestazione è adempiuta e chi, invece, ritiene sia più proficuo tenerne conto “mentre” si lavora per la stessa.
Vedremo chi la spunterà. Fatto sta che a regolare la competenza in questo ambito è la potenza informativa di bilancio. Proprio per questo, probabilmente, alla fine si arriverà a un giusto compromesso.
La competenza come convenzione
Alla fin fine la competenza è questa. Ma a volerla definire? Il fatto stesso che in ambito internazionale – andasse in porto l’accennata revisione – alcune cose cambieranno, è emblematico di come il concetto di competenza sia tutt’altro che univoco, il cui contenuto può cambiare mutando la filosofia con cui ci si approccia alla questione.
La traduzione italiana di competenza
Il Tuir dà per scontato il significato di competenza, limitandosi a esploderlo concretamente. Il codice civile (su cui il Tuir si “appoggia”) fa ancora meno: “si deve tener conto dei proventi e degli oneri di competenza dell’esercizio, indipendentemente dalla data di incasso o del pagamento”.
Insomma, il concetto di competenza è buttato lì, quasi fosse una lettera dell’alfabeto dell’economia aziendale. Una conoscenza potremmo definire “istintiva”. E il principio contabile interpretativo, l’Oic 11, non sposta tanto: “L’effetto delle operazioni e degli altri eventi deve essere rilevato contabilmente ed attribuito all'esercizio al quale tali operazioni ed eventi si riferiscono e non a quello in cui si concretizzano i relativi movimenti di numerario (incassi e pagamenti)”. Poi, proprio come il Tuir, ci dà la competenza pratica di ricavi e costi, affermando che i primi, come regola generale, devono essere riconosciuti quando il processo produttivo dei beni o dei servizi è stato completato e si è verificato il passaggio sostanziale e non formale del titolo di proprietà, mentre i costi seguono i componenti positivi per correlazione.
A pensarci bene, l’individuazione del momento in cui un provento si considera conseguito e un onere sostenuto presuppone un accordo trovato a monte. Una convenzione su cui si è trovata una convergenza. La questione può sembrare oziosa, inutile. Eppure, a livello europeo, sta facendo scontrare diverse scuole di pensiero. Ma ci arriveremo fra un po’. Restiamo ancora nel “Belpaese”.
La competenza come la conosciamo – o meglio, la sua applicazione pratica – è figlia di una discussione di non secondo piano, che ha impegnato illustri padri della ragioneria del ’900. Approfondendo le teorie di Zappa, piuttosto che di Amodeo (solo per citarne due), ci si rende conto che poi tanto istintivo il concetto di competenza non è. Un concetto strettamente dipendente dalla visione che si ha della gestione aziendale.
Zappa poneva al centro del suo impianto teorico l’assunto per cui la gestione aziendale è un insieme di cicli economici, cioè tanti ideali cerchi di costi e ricavi che si chiudono (dall’acquisto della merce, o della materia prima poi lavorata, fino alla sua vendita). Per cui, proventi e oneri sono da considerarsi di competenza solo a ciclo concluso. E’ la teoria della correlazione e rappresenta, in sostanza, la visione di competenza che tutt’oggi va per la maggiore.
Tuttavia, un diverso approccio può condurre a risultati differenti. Per Amodeo, ad esempio, la gestione aziendale non può essere divisa in esercizi. In una prospettiva di salvaguardia della stessa, nei redditi rilevati nelle porzioni di tempo (appunto, gli esercizi) in cui si suddivide la vita dell’azienda devono confluire (perché di competenza) proventi e oneri “coerenti” con le prospettive future.
Seguire l’una o l’altra strada può condurre a risultati differenti. Differenze che emergono principalmente nella partecipazione ai redditi dei beni strumentali, le cui quote di ammortamento nel primo caso andrebbero quantificate in base, ad esempio per un impianto, ai prodotti, poi venduti, alla cui fabbricazione ha contribuito; nel secondo, per “perequare” i redditi nel tempo (e, quindi, quote più alte o più basse a seconda delle prospettive di reddito future).
Certo, l’approccio di Amodeo si dimostra, oltre che difficilmente praticabile, meno convincente. Ma lo scopo non è questo. L’obiettivo non è il confronto fra dottrine e scuole di pensiero, bensì il chiarire cosa si intendesse dire quando è stato fatto cenno a un accordo trovato a monte come presupposto per l’individuazione della competenza. L’accordo a monte è proprio quel significato teorico che si cerca e da cui discende l’applicazione pratica.
Un accordo a monte che fra Iasb ed Efrag si sta dimostrando non privo di ostacoli e che non può prescindere dalla risposta trovata a un’altra domanda: a cosa serve il bilancio d’esercizio? Perché quando lasciamo l’Italia, lo sguardo viene rivolto non alla gestione aziendale, bensì alla capacità del “pacchetto di bilancio” di indirizzare le scelte dei terzi che con l’azienda vengono in contatto.
Movimenti europei sulla competenza
L’input al board, per una rivisitazione/sostituzione dei principi contabili internazionali che si occupano dei ricavi per vendite, servizi e commesse, è venuto da un’osservazione empirica della realtà economica, caratterizzata da schemi negoziali sempre più complessi e, perciò, sfuggenti, dalle maglie degli Ias 11 e 18.
Gli screzi fra i due organismi (Iasb ed Efrag) discendono dalle diverse “filosofie”, individuate come punto di partenza per definire la competenza. Da un lato (lo Iasb) il critical events approach, seguendo il quale nessun ricavo (e nessun costo a esso correlato) è rilevato fino a che non si verifica un evento specifico; evento che l’exposure draft identifica nel trasferimento del “controllo” del bene o del servizio. Dall’altro il continuous approach, per cui il ricavo emerge a mano a mano che la prestazione è adempiuta.
La lotta, detto in termini ancora più semplici, è fra chi crede che gli elementi di reddito debbano essere imputati al conto economico “quando” la prestazione è adempiuta e chi, invece, ritiene sia più proficuo tenerne conto “mentre” si lavora per la stessa.
Vedremo chi la spunterà. Fatto sta che a regolare la competenza in questo ambito è la potenza informativa di bilancio. Proprio per questo, probabilmente, alla fine si arriverà a un giusto compromesso.
Ma, come detto anche a proposito delle differenti teorie italiane, non è questo che si voleva mettere in evidenza. L’interesse volge ad altro.
La competenza come convenzione
La competenza non è quindi un concetto definibile? Sicuramente spingersi oltre il dire che individuare la competenza di un componente di reddito significa fissare quando questo “emerge” può far incorrere in errori.
Alla fine della fiera l’unica cosa che pare non scalfibile è il matching principle, vale a dire l’italiano “principio di correlazione”. Sul resto, tutto dipende da quello che è stato definito come accordo a monte. Anche perché, se volgiamo lo sguardo all’Europa, ci accorgiamo che la discussione aperta sulla competenza se ne sta tirando dietro un’altra, se possibile ancora più “surreale” per gli standard italiani: cos’è un ricavo. Cose da far mettere in dubbio persino il proprio nome di battesimo.
Alfonso Lucarelli
pubblicato Martedì 11 Gennaio 2011
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