Giovedì 17 Maggio 2012 - Aggiornato alle 11:59
Analisi e commenti
Vespasiano, l’imperatore illuminato
attento alle finanze e allo Stato
attento alle finanze e allo Stato
Prudenza, parsimonia, attenzione per l’amministrazione pubblica sono i tratti salienti del suo impero, al quale giunse in tarda età a differenza dei suoi predecessori
“Finalmente i Flavi raccolsero e consolidarono il potere reso a lungo instabile…Questa famiglia era priva di memorie di antenati illustri, ma lo Stato non ebbe affatto a pentirsene”. Così scriveva ai tempi Svetonio, principale fonte storica della vita di Tito Flavio Sabino Vespasiano Cesare Augusto, nel De vita Caesari. E non vi può essere formula letteraria migliore per descrivere il profilo di un imperatore, conosciuto dai più come Vespasiano, che, nel 2009, ha raggiunto e superato la fatidica soglia del bimillenario dalla nascita.
L’imperatore del buon senso
L’imperatore del buon senso
La premessa si rivela utile per descrivere alcune caratteristiche dell’opera riformatrice voluta da Vespasiano, imperatore di Roma dal 70 al 79 d.C. Uomo di grande saggezza e virtù, militare di origine plebea che subentrò a Nerone nella gestione della res publica dopo aver condiviso dal 68 al 69 d.C. con Galba, Vitellio e Otone la gestione dell’impero diviso in quattro aree di influenza: legioni siriane, Spagna, legioni germaniche e guardia pretoriana. Una personalità poliedrica, divisa tra la cultura e il forte attaccamento alle istituzioni riuscì a superare una crisi politico-economica che avrebbe potuto provocare conseguenze letali per le sorti dell’impero. Soprattutto sotto il profilo economico.
Dall’urbanistica all’economia passando per il fisco
Vespasiano, da un lato, è passato alla storia per la formidabile opera architettonica simbolo di un ripensamento dello spazio urbano e segno tangibile del rinnovamento dell’impero in funzione della comunità e del cittadino. A lui si devono l’avvio della costruzione dell’Amphiteatrum Flavium, meglio conosciuto come Colosseo, e di altre architetture di rappresentanza come il Templum Pacis, la Domus Flavia, il Foro Transitorio, il Tempio di Giove Capitolino e altri edifici destinati al culto della gens Flavia come il Divorum a Campo Marzio, il Tempio di Vespasiano divinizzato, alcune delle quali completate dall’ultimo principe della dinastia, Domiziano, attraverso le soluzioni dell’architetto Rabirio. Dall’altro, come ricorda Svetonio, si rese artefice e protagonista in prima persona di una formidabile opera di risanamento delle finanze pubbliche e di lotta all’evasione fiscale, stressate come erano state dalla gestione di Nerone.
Gli interventi in materia di economia e finanza
Ed è proprio Svetonio a tramandare ai posteri le notizie migliori sullo stato delle finanze all’avvento di Vespasiano. Nel suo De vita Caesari racconta che, quando arrivò alla carica di imperatore all’età di 60 anni, Vespasiano trovo le finanze statali in una situazione che definire drammatica è poco. Le casse imperiali registravano ammanchi per più di 40 milioni di sesterzi e il peso del debito pubblico stringeva Roma in una morsa resa ancora più letale dallo stato in cui versava l’esercito dopo le numerose guerre civili. I primi interventi del nuovo imperatore furono attuati in due direzioni: drastico taglio alle spese di corte, risanamento del bilancio dello Stato. Un indirizzo finanziario dal volto nuovo, scrupoloso, attento nella gestione, come era d’altra parte questo homo novus, divenuto imperatore in tarda età, permise in breve tempo all’impero di appianare il debito pubblico. Il tutto a vantaggio di una oculata politica degli investimenti che consentì di programmare importanti interventi in materia di opere pubbliche.
Gli interventi in materia di fisco
Anche le misure adottate in materia tributaria rispecchiano un po’ lo stile dell’uomo, poco incline al lusso, non aristocratico, pragmatico, non disgiunto da autoironia, dedito alla cosa pubblica senza alcun interesse personale. Una serie di tratti che gli storici concordano nel ritenere tipici dei Sabini, da Curio Dentato a Catone. Il settore delle imposte fu riordinato dopo che Nerone aveva provveduto a sopprimerne molte e poche furono le nuove introdotte. Tra le più conosciute la tassa sulle urine e la tassa sugli ebrei meglio conosciuta con il nome di fiscus judaicus e un provvedimento che esentava dal pagamento di alcuni tributi le categorie dei retori, medici, magistrati e insegnanti. Inoltre, fu proprio Vespasiano a inaugurare una vera e propria lotta all’evasione fiscale, sempre con l’intento di restituire alle casse imperiali un segno positivo.
La tassa sull’urina
Chi non conosce i vespasiani? Sicuramente pochi non li conoscono. Oggi sono del tutto scomparsi, ma fino a qualche decennio fa sulle strade di Roma era possibile trovarne ancora qualcuno. In ogni caso si trattava di veri e propri monumenti la cui istituzione fu decisa da Vespasiano e, non a caso, recano il suo nome. Secondo alcuni storici, l’idea sottintesa era di fare cassa applicando una tassa a carico di chi ne faceva uso (da qui sembra derivi la famosa frase rivolta da Vespasiano al figlio Tito “pecunia non olet”). Secondo altre fonti storiche, Vespasiano, da buon pragmatico, era perfettamente a conoscenza del fatto che, dietro le “deiezioni liquide”, si nascondeva un vero e proprio commercio. L’urina, infatti, era considerata sin dai tempi degli Etruschi un materiale indispensabile per la concia delle pelli tanto da essere venduta a caro prezzo ai fullones ovvero ai conciatori. Da qui, l’idea di tassare i proventi frutto di questo tipo di commercio che era per lo più svolto da persone di umili origini che avevano trasformato questa maleodorante attività in una fonte di guadagno.
La tassa sugli ebrei
Un’altra tassa di cui si fece promotore Vespasiano fu quella sugli ebrei, meglio conosciuta come fiscus iudaicus, che ogni anno doveva essere corrisposta per la protezione del tempio di Giove Capitolino. Ma la sua istituzione nasconde un fatto che è politico e ideologico. Fu proprio Vespasiano, e con lui il figlio Tito, a completare l’opera di distruzione di Gerusalemme e con essa del Tempio sacro di Salomone e della fortezza di Masada, dando inizio a quella che sarebbe passata alla storia come la diàspora. Più di un milione di ebrei furono annientati e costretti ad abbandonare i territori. Un emblema per Roma, poiché ciò significava implicitamente il trionfo dell’imperialismo romano, dove la religione era subordinata allo Stato, sull’ideale giudaico che prevedeva proprio l’opposto. Da qui, l’idea di applicare anche agli ebrei una tassa.
Le caratteristiche dell’imposta
Prima del 70 d.C., anno in cui il figlio di Vespasiano, Tito, vinse la resistenza degli Ebrei, saccheggiando e distruggendo il Tempio di Salomone a Gerusalemme, tutti gli ebrei maschi di età compresa tra i 20 e i 50 anni erano tenuti a corrispondere una tassa annuale di mezzo shekel (l’equivalente di due denari romani) destinati alla protezione del tempio. Dopo la fine della guerra, Vespasiano stabilì con apposito editto che la tassa dovesse essere corrisposta egualmente, ma per il bene del tempio di Giove Capitolino. La questione sarà risolta più tardi da Nerva, che abolì il fiscus iudaicus facendo coniare un’apposita moneta con su scritto fisci ivdaici calvmnia svblata, che stigmatizzava l’evento.
L’esenzione dai tributi
Sempre da notizie trasmesse da Svetonio, si deve proprio a Vespasiano l’editto con cui venivano esentati dal pagamento di alcuni tributi magistrati, medici, retori e insegnanti. A queste categorie poi era riservato un trattamento particolare in quanto non “era possibile vessarle con richieste pecuniarie e tantomeno intentare nei loro confronti azioni giudiziarie vessatorie”.
Fonti bibliografiche
Svetonio, De vita Caesari
Luigi Capogrossi Colognesi, Divus Vespasianus
Ny Carlsberg Glyptotech di Copenhagen
Ranuccio Bianchi Bandinelli, Roma l’arte romana nel centro del potere
Vignetta ideata e realizzata da Fabio Daddi
click sull’immagine per ingrandirla
Gianluca Di Muro
pubblicato Mercoledì 5 Ottobre 2011
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