Dal mondo
Grecia: Atene chiama Berna,
riaperti i negoziati antievasione
Sul tavolo svariati miliardi di euro di proventi fiscali che dovrebbero essere restituiti alle autorità tributarie elleniche
chiamata telefonica
Si ricomincia, sulla base di prospettive macroeconomiche decisamente mutate rispetto a quelle che accompagnarono una prima tiepida apertura di negoziati tra la Confederazione elvetica e la Grecia all’inizio del 2011. Insomma, il clima fiscal-finanziario, e politico, che spinge al riavvicinamento tra i due Paesi è mutato. In particolare, il nuovo premier greco, Antonis Samaras, ha un duplice obiettivo nel siglare un’intesa sostanziale, non di cornice, con Berna: arrestare il flusso in uscita di utili capitali dal Paese stremato da quasi quattro estati di conti in rosso e, nel contempo, trasmettere un messaggio rassicurante, concreto, all’Unione europea, al Fondo monetario e alla Banca centrale europea. In breve, Atene è decisa ad assolvere gli impegni sottoscritti, senza ombre stavolta, e mettendo in campo anche l’arma del fisco, a oggi evocata ma di rado utilizzata.
 
Se Berna e Atene si parlano – L’interesse del governo greco alla ricerca d’un accordo con la Svizzera è ben fondato su di una lunga serie di moltitudini tabellari e statistiche che dipingono la movimentazione, nel tempo, di decine di miliardi di euro indirizzati sui conti di banche elvetiche o con sede nei confini della Confederazione. La somma esatta del tesoro greco che alloggerebbe nei confortevoli caveaux svizzeri, ad oggi, resta comunque un puro esercizio statistico. La soglia minima ne indica la taglia in circa 100miliardi di euro. Ma si tratta d’un target in versione mini elaborato congiuntamente dai tecnici greci ed elvetici, secondo i quali l’evasione determinata dal flusso in uscita si attesterebbe in una perdita netta per l’erario greco di 1,6 miliardi di euro. Una cifra questa puramente rappresentativa che, di fatto, rappresenterebbe la semplice ipotesi che i capitali siano rimasti su conti con sede in banche greche. Dunque, si tratterebbe della semplice perdita della tassazione minima derivante dai pagamenti che il fisco richiede sugli interessi percepiti annualmente. Naturalmente, lo scenario cambierebbe se i capitali fossero invece identificati come, per esempio, profitti o redditi scissi dall’imponibile prima d’esser sottoposti a una corretta forma di tassazione e reindirizzati al sicuro fuori del Paese. Insomma, in questo caso si dovrebbe aggiungere per lo meno uno zero che determinerebbe una perdita, annuale, di oltre 16miliardi di euro.
 
Il fisco in soccorso di deficit e debito – All’interno del ristretto circolo di consiglieri economici che gravitano attorno al capo del governo greco, Samaras, sta facendosi strada l’idea che, utilizzando in via diretta, lo strumento del fisco sarebbe possibile agire con maggiore azione sia sul fronte del debito pubblico sia su quello del deficit. Le somme recuperate potrebbero da un lato ricondurre il deficit, oggi al 9% del Pil, a una soglia più bassa, rassicurante, certo non del 3%, per il cui obiettivo si dovrà collegare all’azione del fisco una serie strategica d’interventi in altri settori. Sul versante del debito pubblico, in una fase di tagli sostanziali, la permanenza di capitali potrebbe costituire una base utile per riaccendere la fiammella degli investimenti raffreddando il disinvestimento nazionale che pervade da almeno 2 anni l’intero sistema imprenditoriale domestico.
Stefano Latini
pubblicato Lunedì 6 Agosto 2012

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