Dal mondo
Londra, in scena il balletto dell'Iva
dopo la danza del debito
L'effetto della crisi non risparmia l'imposta, dopo aver tenuto i britannici in sospeso per mesi sulla taglia reale del debito
carta geografica del regno unito

L'altalena dell'Iva britannica, in formato tascabile, sembra oramai affidata alla palla di vetro, per la gioia dei bookmaker, che accettano oramai scommesse, degli analisti e dei tecnici dei centri di ricerca più autorevoli della capitale. Da settimane, anzi, da mesi, producono un flusso continuo di proiezioni e studi sui possibili effetti che un mutamento repentino dell'aliquota Iva potrebbe innescare sul resto dell'economia britannica, già sovraesposta.

L'Iva come scudo anti-crisi
In pratica, come extrema ratio all'incedere della crisi finanziaria, l'attuale governo aveva deciso di far ricorso al taglio dell'Iva, nell'intento di ravvivare la domanda interna e i consumi minacciati, senza più le barriere classiche dei sostegni alle famiglie, sia dal ripiegarsi dei prezzi delle case, che ha determinato l'inatteso impoverimento di centinaia di migliaia di proprietari britannici, sia dal chiudersi dei rubinetti del credito che ha mandato in bolletta decine di migliaia di piccole e medie imprese, soprattutto nell'area del Nord dell'Inghilterra. E così l'Iva era stata ricondotta al 15%.

Lady Iva & Mister debito
Risultato della revisione in basso dell'Iva? L'impennata gemella del debito pubblico, oltre 800 miliardi di euro, e del deficit, entrambi proiettati in una sorta di gara all'ultimo secondo, anzi, all'ultimo miliardo nel tentativo di battere il record rappresentato dai conti in rosso che Londra esibì negli anni successivi ai due conflitti mondiali.

Appuntamento al buio
Comunque, nonostante i dubbi, l'imposta sul valore aggiunto manterrà una posizione decisamente preferenziale rispetto alle aliquote applicate in altri Paesi. Il tasso medio dell'Iva europea, infatti, è pari al 20%, quindi, pur risalendo al 17,5% o al 18,5% e persino al 19,5%, si resterebbe ben al di sotto della media. Un dato questo talmente evidente, e oramai acquisito, che il gettito Iva già nel 2007 non oltrepassava i 131 miliardi di euro, quindi al di sotto sia della raccolta assicurata dal fisco francese, pari a 132 miliardi di euro, che rispetto alle somme riscosse in Germania, 166 miliardi di euro. Paesi questi con cui Londra si confronta a vista, con circospezione contabile nient'affatto immotivata considerati i tempi. Insomma l'Iva britannica è destinata a restare nel dubbio a meno che i consumi non s'impennino. Ma questa è un'ipotesi che nemmeno gli analisti più ottimisti sembrano aver, al momento, considerato. 
 

Stefano Latini
pubblicato Giovedì 22 Ottobre 2009

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