Dal mondo
Usa: dall'offshore alle sbarre
quanto costa dribblare il Fisco
I rischi sono sanzioni copiose e anni di reclusione per essere sfuggiti al pagamento di imposte e tasse

I primi contribuenti statunitensi implicati nel caso Ubs, sotto le parole di uno dei procuratori vicari della divisione tributaria del Dipartimento di Giustizia, John Di Cicco, iniziano a valutare il conto che dovranno pagare al fisco per mettersi in regola. Sanzioni, interessi e, naturalmente, un periodo dietro le sbarre, probabilmente nell'area che i penitenziari riservano ai contribuenti che evadono. Sfilano i Mister, al momento nessuna Madam sembra nella lista. Per il primo si tratta di 2milioni di dollari, messi al sicuro dall'Agenzia delle Entrate statunitense utilizzando l'assist prezioso fornito dall'expertise del colosso finanziario elvetico. A seguire, quindi, il caso forse più intrigante, dato che l'incipit, come risulta dalle carte della Procura, ha inizio nel 1993. È l'anno in cui Mister Z decide di aprire un conto offshore ricorrendo ai canali forniti dalla Ubs. Soltanto 750mila dollari che, nel tempo, crescono.

Parola alla difesa - Il contribuente Z così ricostruisce la storia. Nel 2003, dieci anni dopo, compilò e trasmise alle Entrate federali una dichiarazione dei redditi sostanzialmente irregolare, anzi, incompleta, nella parte in cui veniva richiesto di specificare, o menzionare, l'esistenza di conti esteri con somme superiori ai 10mila dollari. L'oramai stranota scheda B, parte III. Una dimenticanza, una semplice distrazione? Chissà. Nel contempo, però, il Mister Z scorda anche di inviare al Tesoro un rapporto tecnico completo relativo al conto con la Ubs. Un documento questo scisso, anche se parallelo, rispetto alla dichiarazione dei redditi all'interno della quale prendono posto anche gli interessi e i redditi eventualmente maturati grazie al conto estero offshore. Un doppio dribbling sia nei riguardi del fisco che in riferimento al Tesoro Usa.

La corsa del conto offshore - Peraltro, rivela con dovizia di particolari il contribuente Z, il conto originariamente aperto a suo nome, passa in rapida successione sotto l'ala protettiva di due società private che, di fatto, servono a mascherarne provenienza e consistenza. Mosse complesse che garantiranno un ulteriore copertura fino all'esplosione del caso Ubs.

La brusca frenata - Nel febbraio 2009 la svolta. La banca svizzera Ubs scende a patti con il fisco di Washington, ammettendo d'aver prestato il suo expertise a decine di migliaia di contribuenti statunitensi, come Mister Z, interessati a significativi risparmi sul versante delle imposte e delle tasse. È il primo campanello d'allarme, indicativo d'un mutamento storico che, da quel giorno, nonostante rallentamenti continui non ammetterà eccezioni o contrordini. Dunque, prima o dopo si paga. Il suggerimento di avvocati e difensori diventa così univoco, a una sola voce: semplicemente ammettere, parlare, spiegare e mettersi in regola, con l'obiettivo di evitare, se possibile, il carcere.

Mister Z sposa il consiglio - Il contribuente Z mette in pratica i suggerimenti dei difensori e rivela: innanzitutto, che l'aver nascosto la titolarità del conto, sia alle Entrate che al Tesoro, gli ha consentito, senza colpo ferire, di risparmiare una somma significativa, soprattutto dal 2000 al 2006. Tanto che nel 2002, il conto originario raggiungeva i 2,6 milioni di dollari. A seguire, l'illustrazione, con particolari inclusi, della complessa ingegneria fiscal-finanziaria utilizzata nel decennio passato per frodare il fisco.

La pena, se tre anni sembran pochi - Cosa attende ora il contribuente Z? La sentenza definitiva è attesa per il 17 novembre. Le opzioni sono: tre anni dietro le sbarre, massimo di pena, cui s'aggiunge una sanzione di 250mila dollari che, in caso, potrebbe essere sostituita dal pagamento d'un ammontare doppio rispetto alla perdita subita, dal '93 ad oggi, dal fisco. In alternativa, a questa, Mister Z potrebbe anche essere chiamato a versare una somma pari a due volte il risparmio fiscale di cui ha beneficiato evadendo il fisco. Insomma, in termini finanziari, evadere non è stata una chance altamente redditizia. Sul versante penale, le vacanze dietro le sbarre non sono certo raffrontabili con quelle al sole dell'offshore.
 

Stefano Latini
pubblicato Mercoledì 7 Luglio 2010

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